
PERCHE’ MORIAMO DI MALATTIE
CARDIO-CIRCOLATORIE
E DI CANCRO ?
PERCHE’ ABBIAMO PERSO LA NOSTRA
RETE SI SALVATAGGIO
CELLULE ALLA RICERCA DEL PROPRIO AMATO
Nella scienza , nella medicina, e nella biologia, il principio di unitĂ
trova una sua esemplificazione centrale nel concetto della rete.
Tutti i sistemi sono interconnessi da una rete che si stende fra le parti ,
che le interconnette in un gioco di cooperazione, di interdipendenza in un tutto integrato.
Questa nuova visione soppianta la scienza newtoniana riduzionista e meccanicista .
PER VIVERE OCCORRE ESSERE ALLACCIATI IN RETE
In campo medico-biologico occidentale, il giuoco delle corrispondenze
fra parte e tutto, fondamento della medicina cinese e taoista,
oggi emerge in modo eclatante da molte ricerche.
J. C Ameisen nel suo ultimo lavoro afferma che “Il destino di ciascuna delle nostre cellule dipende in permanenza
dalla qualità dei legami provvisori che è capace di intessere con il suo ambiente.”

Nella fase embrionaria di costruzione del SN i neuroni partono dal cervello e discendono nel midollo spinale, e da questo si prolungano nelle varie parti del corpo, muscoli, ossa, organi : durante questo loro viaggio l’intenzione che li muove è di
trovare un partner, un tessuto (epidermico, un organo di senso..) con il quale entrare in relazione permanente e scambiare informazioni. Da questo incontro dipenderà la sua sopravvivenza . Le cellule nervose che troveranno il loro “bene amato”, stringeranno una opportuna relazione che porterà beneficio alle cellule che hanno innervato (connessione al SNC ,
trasferimento al SNC degli stimoli ambientali percepiti, trofismo, etc), e permetterĂ ai neuroni stessi di ricevere
la combinazione di segnali che gli impedirĂ loro di morire .
Ebbene, durante questo processo di migrazione alla ricerca della propria anima gemella con la quale dare vita alla vita reciproca, ben la metà dei neuroni non riesce a connettersi con le cellule e muore nell’arco che va da un dì, a una settimana. La metà dei neuroni migrati dal cervello nella speranza di un incontro, (considerato il disastro ecologico-relazionale in cui versano l’uomo e la donna oggi, non possiamo fare a meno di vederne la metafora), fallisce l’incontro e non riceve dal territorio che l’assone attraversa quei segnali, le neurotrofine, indispensabili alla loro funzione .
Le neurotrofine attirano verso i neuroni i vasi sanguinei che li dovranno nutrire, e le cellule che avvolgeranno l'assone con la guaina mielinica, proteggendolo e isolandolo , e permettendo il trasferimento degli impulsi elettrici.
Solo i neuroni che giungono in un territorio e si connettono in modo funzionale ad esso, vengono adottati, protetti, nutriti, e messi in grado di svolgere la loro funzione: tutti gli altri, alcuni miliardi, non trovano una madre ambiente che li riconosca, un tessuto al quale appartenere, e sono destinati a perire.
Ecco ancora l’importanza vitale del tutto per la parte: il neurone, stabilisce una relazione funzionale con il tutto, una relazione utile al tutto (tessuto), ed il tutto lo integra in una relazione organica e necessaria. Le due componenti (parte e tutto) si ridefiniscono, ristrutturano la propria identità attraverso la loro relazione,e si danno vita l’un l’altra.
Ancora una volta il nostro corpo svela il mistero dell’universo.
LA VITA DELLA PARTE DIPENDE DALLA SUA RELAZIONE CON L’UNITA’:
è questa relazioni che le conferisce un’identità e una funzione integrata

SE LA PARTE NON SI CONNETTE E NON SVOLGE UNA
FUNZIONE UTILE AL TUTTO (L’UNITA’),
ESSA NON SERVE E NON SOPRAVVIVE.
Questa relazione di identitĂ / unitĂ /vita, trova la sua proiezione estrema nella formazione embriologica
dell’organo cardiaco. Le cellule che danno vita al cuore, lo formano in una prima fase senza cavità :
è un organo pieno. In una seconda fase dello sviluppo alcune di queste cellule si sacrificano
e muoiono lasciando spazio alle cavitĂ cardiache. Esse, grazie alla loro morte,
permettono al cuore di realizzare la propria funzione di accoglienza e per fusione ematica, .
La loro identità si definisce nella vita dell’organo, e nella loro morte.
L’organo che realizza maggiormente questa unità di connessioni è proprio il nostro cuore .
Esso è al centro di tutte le connessioni.
Il cuore è l'organo che, con le sue infinite diramazioni nelle arterie e nelle vene,
sino alle venule e ai capillari piĂą piccoli, tutto abbraccia e connette,
tutto amalgama e nutre attraverso l'apporto del sangue.
Tutte le migliaia di miliardi di cellule del nostro corpo,
da quelle del cervello a quelle dei muscoli, a quelle degli organi, a quelle della pelle,
sono costantemente connesse, attraverso l'apparato cardiocircolatorio, con il cuore:
con il sangue che esso instancabilmente pompa,
e con la sua energia che distribuisce ad esse attraverso il sangue stesso.
Attraverso il sangue, questo eccezionale organo distribuisce, nutrimento, ossigeno,
gioia e forza vitale in ogni parte del nostro corpo.
Il nostro apparato cardiocircolatorio ha un'altra funzione molto importante:
è un'immensa rete di informazioni che tutto connette
distribuendo segnali ed informazioni dalle cellule al cervello, e da questo ad esse.
Attraverso l'uso dei messaggeri che circolano nel sangue, attraverso gli ormoni, i mediatori chimici,
l'ossigeno, l'anidride carbonica, etc, il cuore e l'apparato cardiocircolatorio sono il mezzo fisico ed energetico
della comunicazione e dell'informazione, e quindi dell'intelligenza del nostro corpo:
il mezzo che ci permette l'integrazione di tutto il nostro sistema vivente. “
Il cuore è una grande metafora fisiologica che abbraccia
e unisce tutto il corpo in una sola totale percezione .
Esso unisce tutte le nostre cellule in una unità , svelandoci l’ordine segreto delle cose.
Il cuore ci permette di abbracciare nella gioia e nell'unione tutti gli altri.
Ora ci domandiamo perché le maggiori cause di morte sono quelle che vedono ammalarsi
proprio quest’organo, e l’apparato circolatorio.
E’ facile comprendere che la separazione interna del nostro sé,
il taglio delle relazioni umane,
e la caduta della appartenenza e della solidarietĂ umana,
sono una potente riduzione di complessitĂ individuale e sociale:
essi sono oggi, il principale elemento entropico che muove la nostra umanitĂ
nella malattia e la frena nella sua evoluzione.

Noi con il beneplacito della concezione newtoniana della vita,
abbiamo ridotto le relazioni fra noi e le cose, e fra noi e gli altri.
Abbiamo separato gli individui dalla collettivitĂ perdendo la memoria collettiva esperita nel rito e nel mito,
riducendo le piazze , e i luoghi dove poter ancora incontrare qualcuno con cui piangere o ridere nella nostra cittĂ .
Abbiamo lasciato gli spazi collettivi dove riconoscerci per essere,
chiudendoci nelle nostre casuccie e negandoci il tempo collettivo per mancanza di tempo.
Anche nelle nostre casuccie, le relazioni alle quali ci attacchiamo, che siano con mariti, amanti o fidanzate ,
che siano con figli o madri separate, hanno imparato ad esplodere:
appena il coraggio e la voglia di autonomia diviene piĂą forte della paura di stare da soli ,
spesso le nostre relazioni amorose scoppiano a brandelli.

A volte è la paura e la rabbia di non poter più possedere, che vince anche sull’umano buon senso,
e allora rimaniamo increduli di fronte a efferati omicidi, che non risparmiano né mogli, né madri né piccoli figli.
In questa nostra "etĂ dell'ansia", abbiamo tolto al nostro cuore,
le vene e le arterie che portano il sangue da noi agli altri ,
e da alcuni decenni il nostro cuore cede per primo, e
la prima causa di morte, sono le malattie cardiocircolatorie.
Abbiamo isolato l’uomo dal contesto sociale, politico,
lo abbiamo espulso dalla storia , poiché di essa
non è più in grado di cambiare nulla: a questo uomo senza qualità ,
sottratto alla solidarietĂ degli altri, e al riconoscimento nel valore e nel
dolore del pubblico consesso, abbiamo tolto funzione sociale,
e senso di appartenenza: gli abbiamo sottratto l'identitĂ collettiva.
E l’uomo oggi muore di cancro.
Noi non ci sosteniamo più l’un l’altro,
e nemmeno le nostre cellule lo fanno piĂą.
In questa etĂ straziata, che nasce da un intero secolo in cui letteratura filosofia ed arte
sono state arte dell'angoscia individuale,
e dove il corpo non è più abitato da noi né da altri,
abbiamo separato e scomposto noi stessi, credendo alla nostra mente :
addormentando la nostra percezione vitale,
abbiamo assopito nell’ombra il nostro corpo,
e con esso il senso della vita.

William Blake, uno dei piĂą grandi grande poeti, e pittore mistico,
del romanticismo inglese, accanito oppositore di Newton scrisse
“Che Dio ci preservi
da una visione singola
e dal sonno di Newton”

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